
I siti per vendere online si dividono in cinque famiglie: marketplace generalisti come Amazon ed eBay, marketplace verticali come Etsy e Zalando, piattaforme di annunci come Vinted e Subito, le vetrine dei social e il tuo sito ecommerce. La risposta breve è questa: i canali di terzi vanno benissimo per partire e per testare un prodotto, ma chi fa sul serio arriva prima o poi al sito proprio, perché è l’unico posto dove margini, dati dei clienti e regole del gioco sono tuoi. Seguo progetti ecommerce dal 1999 e ho visto questa traiettoria ripetersi decine di volte. Se ti stai chiedendo dove vendere online, qui trovi la mappa completa, con il mio giudizio franco su quando ciascun canale conviene e quando invece ti sta solo mangiando margine.
I siti per vendere online si raggruppano in cinque famiglie, ciascuna con un ruolo diverso nella vita di un’attività:
La domanda giusta non è qual è il migliore in assoluto, ma a che punto sei tu. Dipende da cosa vendi, da quanto margine hai e da quanto ti serve che il cliente resti tuo. E le famiglie non si escludono: i negozi online più sani che seguo ne usano due o tre insieme, con compiti diversi. Vediamole una per una.
Se cerchi pubblico, Amazon in Italia non ha rivali. Apri l’account venditore, carichi il catalogo e sei davanti a un bacino di clienti che nessun altro canale ti può dare. In cambio paghi commissioni su ogni vendita, che variano per categoria, più eventuali costi di logistica se usi i suoi magazzini. La concorrenza è feroce: sulla stessa scheda puoi trovarti contro venditori da mezzo mondo e talvolta lo stesso Amazon con i suoi marchi. E le regole sono rigide: spedizioni, resi, feedback, tutto misurato. Ho visto account sospesi da un giorno all’altro per problemi che il venditore nemmeno sapeva di avere. Quando tutto il tuo fatturato passa da lì, è un rischio da mettere sul tavolo, non da scoprire dopo.
eBay resta il generalista più aperto ai piccoli. Barriere basse, nessuna selezione all’ingresso, e funziona ancora molto bene per usato, rimanenze di magazzino, ricambi e cataloghi lunghi di nicchia. Se parti da lì, i punti che contano per essere primi su eBay li ho raccolti anni fa e sono quasi tutti ancora validi.
Il mio giudizio sui marketplace generalisti è semplice: generosi di traffico, affamati di margine. Come banco di prova sono preziosi. Come unico canale sono pericolosi, perché la casa è loro e tu ci stai in affitto.
Se vendi in un settore preciso, il canale giusto spesso non è il più grande ma il più specializzato. Etsy è il riferimento per artigianato, handmade e vintage: chi entra lì cerca proprio quel tipo di oggetto e accetta prezzi che su Amazon verrebbero schiacciati. Zalando è la piazza della moda, ma non è un mercato aperto: seleziona i venditori e chiede standard seri su catalogo, resi e logistica. ManoMano copre bricolage, giardinaggio e fai da te.
Nei verticali la guerra di prezzo è meno brutale, perché il pubblico arriva già filtrato e con un’intenzione d’acquisto più calda. La struttura del rapporto però non cambia: commissioni su ogni vendita che variano per categoria e un cliente che resta della piattaforma. Ottimo secondo canale. Raramente una casa.
Una fascia di ricerche finisce sempre qui: i siti per vendere online gratis. Rispondo senza giri di parole: per un’attività professionale, gratis non esiste. Vinted e Subito permettono ai privati di vendere con costi d’ingresso minimi o nulli, ma sono piattaforme nate per svuotare l’armadio o il garage. Se le usi per smaltire rimanenze con continuità, smetti di essere un privato, almeno agli occhi del fisco.
C’è poi un avviso che pochi conoscono. Con la norma europea DAC7, i marketplace comunicano i dati dei venditori abituali all’Agenzia delle Entrate: la vendita occasionale come copertura regge sempre meno. Su quando serve la partita IVA ho scritto una guida specifica, la trovi qui: aprire un ecommerce senza partita IVA, quando si può e quando no. Leggila prima di superare la soglia, e per il tuo caso parla con un commercialista.
Facebook e Instagram permettono di aprire una vetrina, TikTok spinge parecchio sullo shopping in app. Li tratto insieme perché il giudizio è lo stesso: sono macchine di scoperta, non di vendita. In Italia il pulsante compra dentro i social lo usa una minoranza; quello che i social fanno benissimo è intercettare un bisogno mentre la persona sta scrollando, non mentre sta cercando.
Per questo li considero una tappa del percorso e non la destinazione: il contenuto accende l’interesse, la vendita si chiude altrove, tipicamente sul tuo sito. Se vuoi il confronto esteso tra le tre strade principali, l’ho scritto nell’articolo su dove vendere online: sito proprietario, marketplace o social commerce.
Arrivo al punto che mi sta più a cuore. Ogni canale visto finora ha lo stesso difetto di fondo: il cliente non è tuo. L’email non la vedi, il remarketing non lo puoi fare, e se il canale ti sospende riparti da zero. Sul tuo sito, invece, non paghi commissioni a nessuno: quello che incassi è margine tuo. E ogni ordine ti lascia un contatto da coltivare, con email segmentate e proposte sincronizzate col ciclo di vita del prodotto. Nel mio metodo è lì che si fanno i soldi veri: non nella prima vendita, ma in tutto quello che viene dopo.
C’è un altro aspetto che i più sottovalutano. Un ecommerce con il suo traffico, il suo marchio e la sua base clienti è un’attività che ha un valore rivendibile. Un account su un marketplace no: vale finché dura. Le ragioni le ho messe nero su bianco in perché non affidarsi a un marketplace.
Onestà fino in fondo: il sito proprio costa di più all’inizio e il traffico va costruito, con SEO (Search Engine Optimization = ottimizzazione per i motori di ricerca), advertising (pubblicità a pagamento) e contenuti. Nessuno ti regala visibilità. La differenza è che qui la stai costruendo per te.
In oltre venticinque anni di progetti, la risposta che do a chi mi chiede quali siti per vendere online scegliere è sempre la stessa, ed è una sequenza, non un’alternativa. Primo passo: valida il prodotto dove il traffico c’è già, sui marketplace adatti alla tua categoria. Impari cosa compra la gente, a che prezzo, con quali obiezioni. Secondo passo: costruisci il sito proprio e sposta lì il centro del business. I marketplace restano, ma cambiano ruolo: da casa diventano canali satellite, vetrine che intercettano chi non ti conosce.
Una precisazione onesta: se vendi poche decine di pezzi al mese, il sito proprio può aspettare. Prima si valida, poi si investe.
Per il sito ci sono due strade. La realizzazione su misura, quando il progetto è ambizioso e il budget c’è: è il percorso che trovi nel box qui sotto. Oppure, se vuoi partire con poco, c’è la formula a noleggio con canone mensile: nessun investimento iniziale, un negozio professionale subito operativo e il tempo di capire se il mercato risponde prima di impegnare capitali. E se stai ancora decidendo da dove muoverti, scarica il mio ebook gratuito Vendere Online con Successo: è il metodo completo, passo per passo.
Non esiste una classifica valida per tutti. Per volumi e velocità di partenza, Amazon; per usato e cataloghi lunghi, eBay; per artigianato, Etsy; per moda con selezione, Zalando; per bricolage, ManoMano. Nel lungo periodo, però, il migliore dei siti per vendere online è il tuo: è l’unico dove margine e cliente restano tuoi.
Gratis davvero, no. Per un privato che svuota l’armadio ci sono Vinted e Subito, che costano poco o nulla. Ma appena vendi da professionista paghi sempre: in commissioni sui marketplace, in canone sul sito tuo, in advertising per la visibilità. La domanda utile non è quanto costa, ma cosa ricevi in cambio.
Per la vendita occasionale da privato no, per un’attività continuativa sì. Con la DAC7 le piattaforme trasmettono i dati dei venditori abituali all’Agenzia delle Entrate, quindi la soglia è di fatto più sorvegliata di qualche anno fa. I casi concreti li trovi nell’articolo dedicato che ho linkato sopra; per la tua situazione specifica, la parola spetta al commercialista.
In sequenza, non in alternativa. I marketplace servono a validare il prodotto con traffico che esiste già; il sito proprio serve a costruire margine, brand e base clienti. Chi resta solo sui marketplace costruisce la casa di qualcun altro; chi parte solo col sito paga caro ogni visita. Le due cose insieme, nell’ordine giusto, sono la combinazione che ho visto funzionare più spesso.
Risorse
Approfondisci
Se il passo successivo è il sito tuo, guarda come lavoro: servizio di realizzazione ecommerce su misura, dalla strategia alla messa online.
In breve
- I siti per vendere online sono cinque famiglie: generalisti, verticali, annunci tra privati, social e sito proprio.
- I marketplace danno traffico in cambio di commissioni e dipendenza: ottimi per partire, rischiosi come unico canale.
- Vinted e Subito sono per i privati; con la DAC7 i venditori abituali vengono segnalati all’Agenzia delle Entrate.
- Il sito proprio è l’unico canale dove margine, dati dei clienti e regole sono tuoi.
- La sequenza che funziona: valida sui marketplace, poi costruisci casa tua.